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scorrere le pagine, dense eppur agili, di questo bel
volume di Angelo Di Mauro il pensiero corre, quasi
per naturale passaggio, a quelle altre, certo non
meno suggestive e pur di diverso spessore, dedicate
a "Montaillou, village occitan de 1294 à
1324" (Paris 1975 da Emmanuel Le Roy Ladurie,
nelle quali lo storico francese realizza l'auspicio
brechtiano di una storia anche degli umili o degli
ultimi, intelligibile a tutti perché scritta
come un romanzo; per una 'piccola' storia insomma
che non ha minor dignità o meno da dire di
quell'altra, cosiddetta 'grande', che sempre le sta
di fronte e le si contrappone.
Ma qui la vicenda è molto più intrigante:
Somma Vesuviana è lì, non più
di "due passi" da noi, ci sembra di conoscerla
da sempre e magari la conosciamo davvero e ci siamo
stati ed allora al diavolo Montaillou, del quale prima
di Le Roy Ladurie ignoravamo persino il nome!
Intrigante ho detto, ma di più invece, eccitante.
«Ora bisogna procedere scrive l'Autore come
se si scoprisse dal buio un personaggio del Caravaggio,
illuminato solo da una candela» e noi lo seguiamo,
«senza avere fretta», fino all'incontro
ravvicinato con il protagonista nella penombra di
una stanza di un casolare di montagna appena rischiarata
da un focolare acceso per preparare la cena.
La peste è finalmente lontana, giù nella
valle malsana ed il calore e la luce sono giusti per
abbandonarsi ai ricordi, per ripercorrere in un'ora
una vita intera, come capita solo ai vecchi e don
Tommaso Casillo, parroco della chiesa di s. Pietro,
ormai lo è.
Così il suo biografo Di Mauro può cominciare
a scrivere di storia ed insieme a narrarci delle storie;
perché poi Erodoto ci ha dimostrato che la
vicenda storica è o sa essere anche un bel
racconto, senza trovare smentita, ancora non molti
anni or sono, da uno studioso della levatura di Raffaello
Morghen, il quale ribadiva appunto la legittimità
di una "esigenza fabulatrice".
Del resto nelle carte di don Tommaso, con rigore raccolte
dall'Autore, rivivono non solo gli uomini e le donne
della sua famiglia, ma anche realtà sociali
diverse, istantanee forse in parte deformate dalla
lente dello scrittore sommese, con le immagini appena
un po' sbiadite di anonimi e vessati "parzonari",
di infelici costretti ad indebitarsi con lo stesso
parroco ed a versargli tassi usurai, di "magnifici
del tempo" con i loro meriti o supposti tali
e i loro segreti e di esponenti di un clero molto
particolare, rozzo ed incolto, detto ricettizio perché
incardinato, per antico privilegio, alle chiese patrimoniali,
trasformate presto in luogo di conteggi litigiosi
e di superstizioni.
Contro di essi nulla o poco poterono i vescovi residenziali
post tridentini, alcuni dei quali furono certamente
di forte impegno pastorale, come hanno dimostrato,
tra gli altri, Gabriele De Rosa, scrivendo non a caso
"Vescovi popolo e magia nel Sud" e Nicola
Cilento, ritrovando anche nella loro presenza uno
dei possibili momenti delle "Origini storiche
della questione meridionaW' e della connessa assenza
nel Mezzogiorno di un'autentica religiosità,
scaduta invece a livelli magico arvali o idolatrici.
Di questo clero, a dire il vero, non può considerarsi
in tutto parte don Casillo, uomo di discreta cultura,
almeno come appare dall'Inventario della sua biblioteca
privata, da lui stesso redatto, al pari, del resto,
degli altri per il tramite dei quali aveva tenuto
ordinata contabilità di tutti i suoi beni mobili
ed immobili, da cui risulta una fortuna davvero cospicua,
nobilitata anche dalla presenza di alcune reliquie,
non poche assai improbabili non diversamente da altre
conservate in tante chiese di Somma e comunque, secondo
una tradizione risalente al Medioevo, palladio divino
utile contro ogni pericolo o avversità.
Come che sia per l'Autore un motivo utile a gettare
luce su alcuni momenti della vita delle istituzioni
ecclesiastiche in un piccolo insediamento a vocazione
contadina del XVII secolo; né deve meravigliare
la presenza di un numero di chiese e soprattutto di
monasteri anche se, va detto, nella maggior parte
dei casi si trattava di piccole comunità in
evidente sproporzione rispetto alla ristrettezza del
territorio, perché risulta una costante comune
all'intera Campania e non solo, verificata dal Medioevo
e per quasi tutta l'Età moderna.
Ma torniamo in famiglia; molti altri Casillo, prima
e dopo di don Tommaso, avranno l'ansia di annotare
ogni cosa e soprattutto "entrate ed uscite":
«una malia, dice Di Mauro, come a voler catturare
il tempo» ed anche forse 'sacro' rispetto per
le proprietà familiari; per l'adorata <<roppa>>,
vero cruccio costante, sollievo e sorriso di tutta
la vita di questo personaggio che forse sarebbe piaciuto
a Molière o a Emilio De Marchi.
Personaggio un po' vanitoso, al segno che quando nel
1666 avvia le sue ricerche archivistiche, queste troveranno
il loro compimento più vero nella 4 scoperta'
di una nobiltà risalente agli Angioini per
il suo casato con tanto di arme, di stemma da esibire
sulle acquasantiere della Collegiata e sul sigillo
personale fatto cesellare da un orafo napoletano.
Personaggio anche un po' ambiguo o incerto almeno
verso il peccato e le soperchierie, sempre da condannare
con severità, come appare nei suoi "Appunti",
dal suo "Libro di memoria", o dalla scomunica
minacciata dal pulpito per gli incauti ladri penetrati
in casa dei genitori, a meno che a cadere in tentazione
non siano quegli "smargiassi" dei suoi parenti,
magari con la spada d'oro dello zio Vincenzo, o forse
lui stesso con i suoi inquietanti libri contabili
e con tutto quell'arsenale, gelosamente custodito,
di «scoppette, spatino, pugnale e coltelle».
Muore nel 1679 riscattando con un 'pio' testamento
una vita diversa, in cui molto aveva accumulato come
cauto amministratore delle proprie e delle altrui
sostanze, perché, scrive ancora Di Mauro, «don
Tommaso ha la bocca buona e sa apprezzare la consistenza
dei patrimoni»; spira, nella lirica e terribile
immagine dell'Autore, ripetendo non le litanie dei
moribondi ma il "rosa dell'elenco dei primi beni
di famiglia, nel letto e nella stanza materna, certamente,
immagino, immersa nella penombra, quella stessa nella
quale era cominciata la vicenda raccontata da questo
libro, incontro felice di romanzo e storia "storia
locale" di buon livello e certo nell'accezione
più moderna del termine ma anche preziosa testimonianza
per studi di linguistica, possibili per l'uso di quella
lingua, assai vicina al dialetto parlato, fermata
per noi negli Inventari in cui i «mantesini
di tela» sono posti accanto alle «coscine»,
al «vacile», agli «stoiamani de
fiandra» ed alle «mocchatore dì
seta».
Ma non termina il lavoro di Angelo Di Mauro, che trascrivendo
e pubblicando tutte le 'carte' di don Tommaso Casìllo
offre ancora la lettore un utilissimo strumento di
consultazione e, nel caso, di approfondimento ulteriore
della ricerca, reso ancora più fruibile dalle
due "Appendici" con acribia redatte dall'Autore
e quasi completate dai numerosi rapidi 'inserti' con
i qualì intercala tanto i documenti del Casillo,
quanto la sua stessa Introduzione.
GERARDo SANGERMANO
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