Non
avremmo mai voluto scrivere queste righe per Raffaele
D'Avino. La sorte ha voluto assegnarci questo compito
e noi teniamo fede all'affetto che ci lega ancora all'uomo
che ha segnato con il suo essere difforme e con i suoi
studi la nostra giovinezza e la nostra maturità.
Veniva da lontano Fifino nella diversità e nelle
corse, veniva da lontano come tutti noi, ma lui, quel
'lontano', se l'era caricato sulle spalle ed era rimasto
uno straniero nella sua terra, che altri calpestavano.
Forse la lontananza di Fifino è stata la nostra
sola vicinanza, come scrive icasticamente Luigi D'Alessio.
Egli ci ha fatto sognare con le sue suggestioni rievocative.
Con la sua macchina del tempo ci ha trasportato in un
sogno architettonico e nella ricostruzione di epoche
fumose d'eventi, che appaiono con pochi indizi e molti
enigmi, sui quali Fifino ha edificato le nostre fantasie.
Come non pensare alla vicenda di Spartaco, raccontata
nel 1967 su L'Eco Cittadino che ci liberò nel
Monte Somma tante volte all'affannosa ricerca di un
campo romano, impossibile da localizzare per i tanti
cambiamenti provocati dal vulcano!
Allora i tuori (colli) erano brevi per i nostri saliscendi
senza stanchezze. E i cardi amici di punture.
Non è stato difficile mettere insieme questo
incompleto mosaico di vita di un ricercatore che, senza
apparire, ha lasciato una grande eredità d'affetti
e di studi.
Chi ha fame di storie sarà saziato dal racconto
di un "ragazzo", chiamato Fifino, che seminava
emozioni e intagliava anime, come testimoniano i contributi
di studiosi, amici, colleghi e parenti.