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Presentazione
Angelo Di Mauro è e si conferma a ogni occasione
un ricercatore instancabile, che percorre i più
diversi sentieri con l’ansia e con il piacere
della scoperta continua. In questo nuovo volume che
presto sarà superato da altri “nuovi”
l’autore, attentissimo e approfondito indagatore
di fatti linguistici e culturali di Somma Vesuviana,
“gioca” – per così dire –
“fuori casa”, anche se la sua frequentazione
dei luoghi qui trattati è più che trentennale.
Consapevole del correre del tempo, interroga gli anziani
portatori di cultura per arginare un futuro alluvionale.
Mi ha colpito una sua dichiarazione di grande intensità
partecipativa, quando, venendo a contatto con dialetti
diversi da quelli che abitualmente frequenta, ha espresso
una sorta di particolare emozione, che è poi
quella che ci mette in contatto e in rapporto dialogico
con il diverso e ce lo fa apprezzare proprio in quanto
tale e alla fine ci arricchisce in modo specifico
della sua esperienza.
I grandi temi trattati da Di Mauro in questa sua ultima
e riuscitissima fatica riguardano le tradizioni dei
luoghi indagati, i nomi di luogo e i complessivi aspetti
dialettali: a mio giudizio si tratta di scelte felici
e fondate, che consentono di tracciare un ricco quadro
identitario e consentono di “visitare”
in modo non distratto luoghi e persone di questa parte
della Campania.
Di queste scelte è assai difficile fornire
in questa sede una esemplificazione adeguata e tuttavia
farò ugualmente il tentativo per mostrare al
lettore quante e quali informazioni si possano trarre
quando, per citare un’espressione di Angelo
Di Mauro che ben ricordo, “si hanno molti passi
nei piedi e tante parole nello zaino”, (dove
si deve intendere un capace zaino mentale).
Che significa questa espressione? Significa che non
si viaggia solo dentro le parole, ma si viaggia, grazie
alle parole e ai nomi di luogo e di persona in particolare,
dentro le cose. E Angelo Di Mauro, credo, che di passi
nei piedi ne abbia tantissimi avendo percorso con
affettuosa intelligenza tutte le strade e tutte le
contrade di Camerota alla ricerca delle parole e anche
delle cose e delle persone. A mio parere i nomi di
luogo sono solo mute etichette se non sono vissuti
e rivissuti nella nostra interiorità, proprio
perché in questi nomi noi ci identifichiamo
e identifichiamo anche la nostra storia collettiva
e in qualche misura anche quella personale. Si tratta,
in questo libro, di un viaggio straordinario che ci
porta a misurarci anche con i soprannomi e con quella
fantasia popolare che riconosce nei toponimi e nelle
persone caratteristiche fisiche, ma anche certi tratti,
per così dire, morali, che poi vengono trasmessi
attraverso il tempo e attraverso la concrezione che
essi hanno nei toponimi stessi.
Sono convinto che l’identità di una comunità
si misuri a fondo con lo studio dei nomi di luogo
e dei nomi delle persone. E Angelo Di Mauro non è
nuovo a questa operazione d’intaglio che si
avvale della memoria tramandata oralmente e dei documenti
d’archivio, filtrati con misura da lirici modi
espressivi.
Dalla serie assai ricca di dati emerge in primo luogo
la diffusa presenza dei basiliani nell’area
indagata. La grande storia e le tradizioni popolari
lo confermano. In particolare si attira l’attenzione
sul culto della Madonna bambina detta “Bambenella”,
che rispecchia una tradizione di area bizantina, presente
in tutte le zone d’Italia soggette all’influenza
dell’Impero d’Oriente. D’altro canto,
un microtoponimo come ’O Lémmete ré
Grèche, cioè il “Confine dei Greci”,
dove per greci bisogna correttamente intendere i bizantini,
porta un’immediata conferma di questa presenza
e conferma ancora una volta che i dati onomastici
e i dati culturali costituiscono sempre una trama
coerente, che non sempre si manifesta in modo immediato.
Per passare ad un argomento complementare rispetto
a quello precedente, segnalo nella raccolta dei documenti
orali la tecnica della costruzione di un lumino (legato
alla ritualità basiliana) che si realizza con
il calice di un piccolo fiore che galleggia su un
sughero nell’olio. Per indicare questo fiore
si ricorre all’espressione solo apparentemente
enigmatica di ’a pianta ré lumine, che
diventa perspicua grazie alla segnalazione dell’autore,
che si è avvalso correttamente di un informatore
locale.
Nella cultura dei pastori si ritrovano tradizioni
assai peculiari e in ogni caso arcaiche. Di Mauro
segnala nel suo libro, nel Labirinto della magia,
il mito delle Lacrimanti, che secondo un’anziana
informatrice sono “Fate che lavorano le nuvole”
generando lampi e tuoni da cui possono anche proteggere.
Si tratta a ben guardare di una tradizione antichissima
che nella Mesopotamia sumerica ha portato a immaginare
il dio Enlil, letteralmente “il Signore dell’aria”,
che comanda sui venti e sulle meteore ed è
dio maligno e benigno a seconda di come ci si rapporta
con lui. Questo dio sumerico è poi diventato
il dio della tempesta delle tradizioni anatoliche
del secondo millennio avanti Cristo e si è
infine riproposto come Giove che scaglia le folgori
e che tuona in seno alle nuvole. Le nostre Fate Lacrimanti
sono allora soltanto l’ultimo coerente anello
di un discorso antichissimo e ci confermano ancora
una volta che tutto ciò che appartiene ad un
passato remoto si attualizza in un ineludibile presente.
Anche in questo modo il libro di Di Mauro è
una rivisitazione del passato ed una sua attualizzazione
nel presente, proprio nel senso che preserva, rendendone
testimonianza, realtà culturali da cui la distratta
reality attuale troppo spesso rifugge.
Circa la capillare e insistita documentazione toponomastica,
antica e popolare, voglio accennare solo ad alcune
delle tante emergenze testimoniate dalla ricerca.
Si ritrovano infatti nel dizionario forme linguistiche
antichissime. Da molti studiosi sono state evocate
radici semitiche, ancora più antiche di quelle
della perimetrazione cronologica, che è stata
egregiamente fatta nel testo. Sono nomi che risalgono
alle più antiche popolazioni dell’area
mediterranea.
Prendo ad esempio il lemma gàveta che ricorre
nel proverbio riportato nell’Introduzione nel
paragrafo Eterna magia e tradizioni popolari: ’O
puorco chiatto ten’’a gàveta vasce,
’o puorco sicco ten’’a gàveta
àvete, (Il maiale grasso ha il trogolo basso,
il maiale magro ha il trogolo alto).
Al di là del fatto che il termine gàveta
come toponimo si ritrova in altri luoghi della Campania
e del Meridione sotto la forma Gàvete e suoi
diminutivi, (a tale proposito e per l’assonanza
con àvete consulta il toponimo Àuto
nel Dizionario di Toponomastica antica e popolare),
voglio solo sottolineare l’accento sulla terzultima
sillaba dei toponimi che sono le rese moderne di antichissimi
nomi. Uno di questi è il torrente Úsita,
l’altro è il torrente o il fiume Úfita,
e, come Gàvete, Úsita ed Úfita
rimandano ad una ritrazione dell’accento ed
a una suffissazione che non è quella normale
del latino. Il latino ha l’accento sulla penultima
sillaba come per esempio in pioppéto, fruttéto
e, nel caso di toponimi della Campania Cardito, Melito
e via discorrendo. Nel suddetto toponimo invece l’accento
si ritrae e in questo modo è denunciata la
presenza antichissima di genti pre-latine (in qualche
modo affini linguisticamente agli etruschi).
Nella zona indagata dal lavoro del Di Mauro sono presenti
anche nomi straordinari come Terone a Camerota, Tirone
a Lentiscosa, Torabella a Licusati, che indicano alture,
rilievi, ma che si legano ad una grande famiglia di
nomi antichissimi mediterranei, che fanno capo alla
nozione di Tauro, che è il monte anatolico.
In altre zone della Campania, dove il toponimo è
molto diffuso, compaiono anche forme come Taurano,
Torano, Tëürone, sempre con le prime vocali,
nella pronuncia dialettale, indistinte.
Ora tutte queste parole e questi fatti linguistici
messi insieme riconducono ad antichità mediterranee
straordinarie, ma riconducono anche alla possibilità
che un antico taur- in bocca etrusca, e questo è
certo, possa convertirsi in teur-. Comunque facendo
riferimento al fatto che il nome del Minotauro in
etrusco è Teuromines con questa ‘a’
che si converte in ‘e’, e che Taurano
può divenire Teurano e poi Torano fino a Terone,
si può inferire che questi fenomeni linguistici
gettano una luce nuova sulla straordinaria antichità
etrusca del nostro territorio, anche oltre i confini
storici del Sele.
Uno spunto ultimo lo voglio cogliere nei nomi molto
interessanti di Starza o Starsa a Lentiscosa, Starsia
a Licusati, Starcza a Camerota e Starza a Roccagloriosa,
Rocchetta, Celle, Poderia e Foria. L’ipotesi
di una possibile derivazione da strazia o da strato
(c’è a Somma Vesuviana un toponimo del
1404 detto Preta allo Strato, riferito alla Starza
della Regina), dal greco stratò$: esercito
o popolo, anziché dal latino medievale starcia,
potrebbe trovare una giustificazione nel fatto che
in tutta l’area mediterranea, che è stata
interessata alla presenza etrusca, vi sono fenomeni
di inversione consonantica del tipo Tursenoi che diviene
Etrusci (con turs- che passa a -trus-). Allora, se
esiste straz- o strat-, può esistere anche
starz-, come appunto nelle località prima citate.
In definitiva, con questo ultimo microtoponimo potremmo
essere di fronte ad una possibile conferma di una
presenza di accampamenti militari, recintati, poi
estesi ad altri usi, e ovviamente ad altre condizioni
di perimetrazione.
Anche nella ricca raccolta dialettale che chiude il
volume si può apprezzare una guida sicura alla
valutazione di tradizioni orali e di dati toponomastici,
nel senso che l’autore ci conduce ad una migliore
intelligenza del significato autentico dei termini
locali che costellano il volume.
In conclusione si può ringraziare l’autore
di questa sua ulteriore fatica ed augurargli molti
passi e zaino pieno per altre lodevoli imprese.
Domenico Silvestri
Università degli Studi di Napoli “L’Orientale
Presentazione
Che la storia sia in fondo un insieme
di racconti è ormai quasi un'ovvietà.
Per quanto essa si vesta di metodi sistematici, di
verifiche "oggettive", il suo nucleo fondante
rimane il raccontare storie. Ma che la geografia,
anch'essa, sia un insieme di storie, è un'idea
ben poco corrente. Se appena ci si libera la mente
dall'idea astratta di un dato geografico inteso come
un tutto fisico e isolato dal contesto umano, e si
pensa invece alla geografia di un territorio come
costruzione umana e storica, allora si ha chiaro che
le trasformazioni e gli adattamenti che gli uomini
hanno imposto alla Terra possono sì essere
descritti con i metodi positivi delle scienze "esatte",
ma possono anche essere raccontati, o meglio fatti
raccontare dagli uomini stessi che abitano la Terra
e che a questa hanno impresso i segni della propria
storia.
Però per far questo occorre che lo studioso
si metta a camminare, anche a piedi, che attraversi
fisicamente i territori della sua indagine, incontri
gli abitanti e non si limiti alle carte. È
ciò che ha fatto Angelo Di Mauro, percorrendo
in lungo e largo il territorio di Camerota e quelli
limitrofi, alla ricerca delle donne e degli uomini
che vi abitano o vi abitavano e dei segni che hanno
lasciato su quel territorio.
E lo si può immaginare, questo studioso camminatore,
attraversare valli e boschi, sbucando all'improvviso
ad un angolo di strada e chiedendo al sorpreso pastore
come lo chiamano, loro, quel luogo e perché,
quale storia celi, quale spirito del passato ancora
vi aleggi. E poi andare nelle case, facendosi presentare
da comuni amici, e nelle chiese e nei bar e per le
strade. Si può immaginare il sospetto di qualcuno,
la meraviglia di qualche altro, qualche raro leggero
segno di rifiuto, tante accoglienze calorose ed amicizie
e preghiere di ritorno e promesse.
Questo curioso studioso, che è anche poeta
e dei poeti ha l'immaginazione che oltrepassa gli
orizzonti chiusi dei geometri di simboli che sono
spesso i filologi, ha deciso di "abitare"
il territorio di Camerota per lunghi mesi, andandoci
di frequente soprattutto d'estate. Ha deciso di farlo
suo, non per chiudersi nel fortino privato della casa-vacanza,
ma per rilasciare un filo di Arianna in grado di collegare
antiche storie quasi scomparse a nomi ancora pronunciati,
vite ancora vissute. E farne un grande, affascinante
itinerario geografico, storico e memoriale. Elaborato
"fisicamente", con il proprio corpo, che
ha steso il filo, passo dopo passo, balza dopo balza,
memoria dopo memoria.
Basta scorrere, per capirlo, l'indice del libro, di
cui una gran parte è articolata per "vie",
la via dei monaci, quella dei castelli, quella del
lino, l'altra dei mulini e dei frantoi ed altre ancora.
E ogni via, tanti incontri ed ogni incontro tante
storie. Queste ormai dimenticate vie, queste testimonianze
mute di storie trapassate, riprendono colore e calore
nelle pagine di Di Mauro, si fanno raccontare nei
racconti degli uomini, delle donne, dei nipoti di
nipoti di antichi abitatori. E così la fredda
geografia di un territorio diventa spartito di antiche
romanze di passioni, paure, tragedie, miserie e sogni,
riscatti, improvvise e improbabili ricchezze di tesori
incantati.
Di Mauro fa parlare, ascolta. Non parla da solo, come
fanno molti ricercatori che pur pretendono di raccontare
storie di umanità. E le parole della memoria
del territorio se le va a trovare nei punti più
impervi del territorio raccontato, dove esseri umani
continuano a lasciare segni del loro passaggio di
pastori o sono gli ultimi testimoni dei segni del
passato, boscaioli, pastori, contadini. E nel suo
libro risuona un coro, numerose voci, un popolo intero.
Sono loro che parlano e di tanto in tanto Di Mauro
emerge dal silenzio attento dell'ascolto, per commentare,
collegare, a volte immaginare altro oltre le scarne
parole raccolte.
Ma che egli non sia una sorta di cieco magnetofono
di voci altrui o un neutro ripetitore di confuse e
sovrapposte memorie residue, che sia invece un compatto
interprete della storia umana del territorio, e che
sia convinto della necessità anche di una rigorosa
filologia dei segni degli uomini, lo si capisce quando,
finita la prima parte, dopo i suoi versi sul piacere
della ricerca e dell'attesa serena di ciò che
il futuro biografico riserverà, fa entrare
il lettore in una parte di rigorosa e convinta filologia
dei toponimi, di precisa sinossi di cronologie, di
attento dizionario del dialetto. E allora nessuna
"strada" rimane fuori dalla puntuale e sistematica
alfabetica elencazione, insieme a tutti gli altri
modi locali di chiamare gli atomi del territorio dei
comuni intorno al monte Bulgheria, vero axis mundi
di quel lembo del Cilento.
E dopo aver attraversato corpi e fiati delle storie
e delle memorie, ora il lettore si trova catturato
dai segni convenzionali e criptici del più
coriaceo scrupolo di scrutatore di carte antiche.
L'autore, che prima era stato farfalla dei boschi,
ora è topo di archivio. La storia profonda
del territorio - è la lezione che ci dà
l'autore - non può che essere risultato di
viaggi tra gli abitanti e di scavi nella memoria depositata
negli archivi.
Paolo Apolito
Università degli Studi di Salerno
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